Le difficoltà di riproduzione del colore della pelle (Parte 4).
La Natura ci ha dotato di un riferimento foto-colorimetrico ad altissima sensibilità: la nostra pelle. In particolare, avendo noi le nostre mani sempre sotto gli occhi, ne conosciamo esattamente il colore, e la sua dipendenza dalla composizione spettrale della sorgente che le illumina.
Un problema che si è dovuto affrontare con la dovuta attenzione riguarda la variazione del colore della pelle in condizioni patologiche e la sua valutazione da parte del personale medico.
In Gran Bretagna, all’inizio degli anni sessanta, il Medical Research Council (MRC) raccomandava un certo tipo di lampada, con temperatura di colore Tc = 4000 K e resa di colore (sulla scala di crawford) inferiore a 30. La scelta emerse dopo una ricerca basata su un gruppo di lampade di temperatura di colore variabile fra 3000 K e 6500 K, con diverse proprietà di resa cromatica.
Alla fine degli anni settanta erano disponibili in commercio svariati tipi di lampade fluorescenti, con fosfori che emettevano su strette bande spettrali. Alcune di queste lampade erano caratterizzate da buoni valori dell’indice generale di resa del colore CIE, vicini ad 85. Fu intrapresa una ricerca, per stabilire se queste nuove lampade fluorescenti potessero venir impiegate vantaggiosamente nella pratica clinica. Questa ricerca necessitava anche di dati precisi sulla riflettanza spettrale della pelle.
In parallelo, fu eseguita una ricerca sulle alterazioni del colore della pelle dovute a patologie di vario tipo, simultaneamente in tre diverse cliniche dermatologiche (The effect on clinical judgements of new types of fluorescent lamp – I – Experimental arrangement and clinical result. P.A. Lovett, M.B.Halstead, A.R. Hill, D.A.Palmer, T.S.Sonnex, M.R.Pomter ).
Le lampade selezionate per la ricerca “sul campo” variavano, quanto a temperatura di colore, da 51 a 93.
Lo staff medico, a sua volta, doveva cimentarsi in valutazioni, affiancate da stime della consistenza diagnostica e della nitidezza (distinctness) della lesione della pelle sotto le diverse sorgenti, una volta risolto il problema della scelta dell’illuminazione più appropriata e della scala soggettiva di valutazione del colore.
E’ risultato che, come negli studi degli anni sessanta, la lampada di 4000 K “funziona meglio” delle altre, anche se varie possibili alternative non si possono escludere.
La routine sperimentale usata nel suddetto lavoro (The effect on clinical judgements of new types of fluorescent lamp – I – Experimental arrangement and clinical result. P.A. Lovett, M.B.Halstead, A.R. Hill, D.A.Palmer, T.S.Sonnex, M.R.Pomter ) si è rivelata molto valida, per cui le osservazioni sono continuate e, in particolare, si è ricercata la possibile relazione fra le misure colorimetriche e le osservazioni visuali (P.A.Lovett, M.B.Halstead, A.R.Hills – The effect on clinical judgements of new types of fluorescent lamp – II – Colour measurements and statistical analysis.). La spettroradiometria è stata quindi eseguita (con un Pritchard) su pazienti con varie patologie, di varia età, inclusi i bambini, come pure su un campione di soggetti normali. Le osservazioni sono state eseguite da osservatori ben addestrati, tramite il “Lovibond Flexible Optic Tintometer”. I dati sono stati riportati nello spazio CIELAB 1976; si sono quindi valutate le grandezze hab e C*ab.
Il problema generale si è subito manifestato in tutta la sua complessità. Per esempio, a parità di sorgente, la relazione fra nitidezza (distinctness) della lesione e l’area circostante non è semplice. Come le lesioni con forti differenze di colore venivano sempre valutate come nitide, anche quelle con una piccola differenza di colore erano facilmente identificabili. Quindi, intervengono anche altri fattori, oltre al calore: la parte del corpo interessata, la distribuzione, la struttura superficiale (texture).
Si è concluso che solo in poche patologie, la differenza di colore può servire per differenziare il caso clinico dalla normalità. Per esempio,
nella anemia e nella cianosi. Ma né la colorimetria né la differenza di colore sono risultate un elemento valido di differenziazione fra le altre patologie, nemmeno “provando” con sorgenti diverse. Questo ha portato a concludere che non è necessaria una specificazione molto fine del tipo di lampada da usare nei reparti di dermatologia.
ART 4/8 – Articolo correlato: Le difficoltà di riproduzione del colore della pelle (Parte 3).